Il nostro polimero quotidiano

Igiene Alimenti 02/05/2018

Parliamo di plastica. La terza catena di supermercati inglesi metterà in commercio confezioni di carne di pollo no-touch. Si svuoterà il contenuto della busta in plastica direttamente in pentola senza dover minimamente toccare il contenuto. Pare che questa esigenza sia frutto di ricerche di mercato sulle tendenze dei giovani. I millenials britannici infatti, sono sempre più spaventati al pensiero di manipolare la carne, forse per il timore di contrarre infezioni.

Nel commercio al dettaglio, un altro operatore va incontro alle ”necessità” del pubblico confezionando (nella plastica) prodotti ortofrutticoli già sbucciati. Un involucro sintetico invece di uno naturale, insomma.

Legambiente riferisce che il 90- 95 % dell’acqua in bottiglia è nella plastica e solo il 5-10% nel vetro, per ragioni di comodità e gestione logistica. Per inciso: gli italiani vanno pazzi per l’acqua in bottiglia e si posizionano al primo posto in Europa per i consumi…. ( di acqua e di plastica annessa, naturalmente).

Anche se qualcosa ci sarebbe da dire sulla ricerca della comodità ad oltranza, la plastica che ci semplifica la vita accompagna le nostre scelte quotidiane. La sua produzione è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi 50 anni fino ai 300 milioni di tonnellate nel 2015 ( il 6% del petrolio estratto serve per fabbricarla).

 

Degradabilità nell’ambiente: varia da pochi decenni a qualche secolo, a seconda del tipo. E qui iniziano i problemi : da bene durevole la plastica è divenuta un bene di consumo. “I punti di forza delle plastiche – leggerezza, durabilità e costi contenuti – oggi rappresentano il limite di questi materiali che permangono nell’ambiente per decenni prima di degradarsi”, affermano i ricercatori dell’Enea. “Comunque non si può demonizzare la plastica, perché di centinaia di materiali polimerici non possiamo più fare a meno”.

 

Fatto è che nei mari del mondo, dall’Artico al Pacifico, ”navigano”, più o meno sommerse, circa 150 milioni di tonnellate di plastica, oltre a microplastiche e nano plastiche, cioè frammenti dalle dimensioni infinitesimali. Una volta ingerite dagli organismi marini, le particelle entrano nella catena alimentare: si calcola che dal 15 al 20% del pescato le contenga. Potevano mancare nell’acqua che beviamo? Certo che no. Ci sarebbero anche lì (vedi dossier Orb Media – 2017). Il potenziale rischio per la salute è legato al rilascio di sostanze chimiche (es. ftalati) considerate interferenti endocrini, piuttosto che al trasporto di contaminanti presenti nelle acque con un’azione tipo “spugna”(C.Rochman – Università della California).

La rivista Science ha recentemente pubblicato uno studio che descrive come le forme larvali di una specie ittica,”preferiscano” nutrirsi di microplastiche piuttosto che di zooplancton, il loro nutrimento naturale. Il pesce adulto però diventa meno vitale ed è più esposto ai predatori. Anche negli Stati Uniti una ricerca simile condotta sulle acciughe, ha dimostrato che i pesci scelgono le microplastiche invece del krill, probabilmente ingannate da caratteristiche di miglior palatabilità.  A titolo di cronaca –  ma assolutamente prevedibile a questo punto diventa l’osservazione -, un rapporto del C.N.R.- Politecnico delle Marche e Greenpeace evidenzia una diffusa presenza di microplastiche nel Mediterraneo.

Anche i media ci propongono immagini eloquenti e drammatiche degli effetti delle plastiche nei mari: soffocamento e impedimenti meccanici di vario tipo nelle specie ittiche prodotti da sacchetti, pezzi di bottiglie e flaconi, reti ecc. Di questo passo, si prevede che nel 2050 – cioè praticamente dopodomani –  ci sarà nel mare più plastica che pesce. L’attuale 14% di riciclo nel mondo è un dato poco confortante e si rischia davvero che la ”zuppa di plastica” ( plastic soupe – C.J.Moore,1997) diventi un aspetto sempre più tristemente consueto.

La plastica è un dunque un highlander: raccolta differenziata attenta, riciclo, riuso, biodegradabilità diventano le parole d’ordine per tutti, dai decisori politici alle industrie, ai cittadini, soprattutto attuando  iniziative di riduzione produttiva e di consumo.

I nuovi obiettivi anti-inquinamento prevedono, entro il 2030, il riciclo/riutilizzo degli imballaggi di plastica. Dopo il bando applicato agli shoppers non conformi, dal 2019 toccherà ai cotton fioc non biodegradabili (costituenti oltre il 90% dei rifiuti sulle spiagge italiane) e dal 2020 alle microplastiche nei cosmetici. Inoltre sono in corso sperimentazioni importanti  e avanzate su biomateriali sostitutivi, sull’utilizzo di enzimi che “digeriscono” la plastica e polimeri riciclabili all’infinito a temperatura ambiente e quindi poco impattanti.  Pare inoltre sia allo studio nell’Unione Europea una tassa sulla plastica per ridurne i consumi, posto che recentemente la Cina ne ha bloccato il flusso ( degli scarti ) dall’Europa .

Differenziare con attenzione i rifiuti, evitare acquisti di prodotti con imballaggi multipli, utilizzare con parsimonia stoviglie e cannucce in plastica, limitare il più possibile i prodotti con packaging tipo usa e getta ecc. sono esempi virtuosi del contributo personale, che è sempre determinante. In sintesi: ogni volta che ci imbattiamo in un recipiente/imballaggio di plastica chiediamoci se ne abbiamo davvero bisogno o se ci può essere un’alternativa ( cit.Slow food). Scegliamo senz’altro l’alternativa.